Mer09202017

Last updateMer, 20 Set 2017 10pm

La solita piroetta buffonesca

TORQUATO CARDILLI - Non sono bastati gli inciampi, le giravolte, le bugie, i falsi annunci, le gaffes, le manifestazioni di abuso di potere, l'umiliazione del parlamento, la torsione delle regole, lo stravolgimento della Costituzione. Non è bastata la promessa non mantenuta di pagamento dei debiti dello Stato entro settembre 2014 o quella sulla legge sul conflitto di interessi, o la violazione del principio di fedeltà allo Stato, punita dal codice penale [1] nella vicenda del trattato con la Francia[2]. C’è voluta anche la prova regina della dimensione buffonesca del premier in una trasmissione televisiva della domenica pomeriggio, seguita dalla pletora di poveretti rimbambiti dallo stile Mediaset, per riempire il vaso dell’indignazione del popolo italiano.
Per annunciare quale sia la direzione di politica estera dell’Italia il premier, anziché andare in Parlamento, dove sarebbe stato crocifisso dalle opposizioni per l’inadeguatezza mostrata dall’intero Governo e dai Servizi di spionaggio e controspionaggio nell’affrontare la grave crisi siriana, quella dei profughi, quella libica e degli italiani sequestrati, sia dal punto di vista diplomatico che da quello militare o semplicemente migratorio, ha preferito una poltrona senza contraddittorio dalla quale poteva dire quello che voleva. Non un gesto di pietà per gli italiani morti ammazzati, ma solo frivoli atteggiamenti da guitto. Il tutto nel giorno del triste anniversario dell’uccisione del funzionario dei nostri Servizi, Calipari, mandato in missione in Iraq per liberare una giornalista italiana sequestrata, e fulminato 11 anni fa dalla raffica di mitra di un soldato americano.
In un’atmosfera eccessivamente informale alla Fonzie, (è arrivato a scambiarsi un bacio equivoco e a darsi amorevolmente del tu con la conduttrice e poi a trasformarsi in presentatore di una cantante), Renzi ha dimenticato che la coscienza della nazione italiana è rimasta profondamente scossa dall’assassinio di Regeni al Cairo, dalla ingiusta detenzione da 4 anni di due marò in India, e dalla triste vicenda degli ostaggi in Libia di cui solo due sono riusciti a liberarsi. Renzi ha offeso quanti hanno vissuto la drammaticità di quegli eventi, la sensibilità dei parenti delle vittime, le sofferenze patite dai sopravvissuti.
Dopo una invereconda litania sui presunti successi vantati dal suo Governo, che invece è nudo e impreparato ad affrontare problemi complessi, ecco l’ennesima piroetta all’italiana sul tema, troppo spesso evocato a vanvera dai suoi colleghi di gabinetto e dall’alleato americano, di un eventuale intervento militare dell’Italia.
Affermando che mandare 5.000 uomini in armi in Libia non è un video gioco (pratica per lui congeniale come da partita alla play station con Orfini finita in rete) Renzi ha chiarito che “la missione militare italiana in Libia non è all’ordine del giorno perché la prima cosa da fare è che ci sia un governo che sia solido, anzi strasolido, e abbia la possibilità di richiedere un intervento della comunità internazionale e non ci faccia rifare gli errori del passato. Con cinquemila uomini a fare l’invasione della Libia l’Italia, con me presidente, non ci va”.
Decisione giusta e prudente, che non si può non condividere, ma che è in totale contraddizione, una vera capriola, con quanto da lui stesso proclamato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York lo scorso settembre e poi ripetuto al presidente americano Obama: l’Italia rivendicava il suo ruolo di primo attore nel Mediterraneo e il diritto di guidare una coalizione internazionale in Libia. Al che la Ministra della difesa Pinotti, in più di un’occasione, aveva dichiarato che l’Italia era pronta all’intervento con 5.000 uomini, mentre, da par suo, il Ministro degli esteri Gentiloni aveva fatto sapere alla nostra opinione pubblica che l’Italia doveva evitare che la Libia precipitasse nel caos. Ma come? Dopo tutto quello che è stato fatto dagli europei e dagli americani cinque anni fa nel disarticolarne le strutture, nello smantellarne l’organizzazione statale, nel disgregarne il tessuto sociale, l’industria, il commercio ecc. Gentiloni parla ancora di evitare il precipizio? Ma dove è stato fino ad ora? E dove sono stati i suoi consiglieri?
Dal Pentagono, attraverso la dichiarazione del ministro della difesa Ashton Carter secondo cui “l’Italia si è offerta di prendere la guida dell’intervento in Libia e noi l’appoggeremo con forza”era arrivato nel modo più esplicito, qualche settimana fa, l’invito all’Italia a mettersi l’elmetto in testa.
Ma i nostri annunci non erano altro che il solito bluff all’italiana, platealmente chiamato dall’ambasciatore americano a Roma Phillips che, ripetendo la posizione del suo ministro, ha fatto alla stampa una dichiarazione dal seguente tenore: visto che l’Italia ha chiesto di poter guidare la spedizione in Libia noi l’appoggiamo e la invitiamo a schierare sul campo i 5000 soldati di cui si è parlato.
Il contrordine compagni ha risuonato nell’aula del Senato, nonostante l’interventismo del solito Napolitano (quello, per intenderci, che appoggiava l’invasione sovietica dell’Ungheria) dove Gentiloni ha negato, come fatto in passato, che sia stato pagato un riscatto per i sequestrati in Libia, aggiungendo che la vicenda ha ancora tanti punti oscuri e che l’Italia non si farà trascinare in un’avventura senza che ci sia una richiesta esplicita di intervento da parte del governo libico.
Ancora non si sa se questa dichiarazione italiana di attendere un esplicito invito ad intervenire da parte di un governo di unità nazionale libico sia un suggerimento dei nostri vertici militari, che sanno che non sarà una passeggiata, oppure se sia una deviazione in corner del nostro premier per sottrarsi ad un impegno rivendicato, ma una cosa è certa: un governo libico democratico di unità nazionale non ci sarà mai. Chi conosce le tradizioni, la storia, la mentalità tribale e settaria della Libia sa che, fino a quando una delle fazioni in campo non riuscirà a prevalere per forza sua, o per sostegno di forze straniere, sulle altre componenti della galassia politico-militare libica, annichilendole (debellatio) e mettendo a tacere la logica dei poteri tribali, delle cosche mafiose, degli integralismi religiosi, non ci potrà essere alcuna stabilità. E a corroborare questa interpretazione basta la dichiarazione del ministro degli esteri del governo di Tripoli, in antitesi a quello di Bengasi, che ha rifiutato esplicitamente la presenza sul suo territorio di soldati stranieri, tanto meno italiani, ancora visti, per gli effetti della quarantennale propaganda ipernazionalista gheddafiana, come il simbolo dell’oppressione coloniale.
Sono passate solo poche ore dalla performance televisiva di Renzi ed ecco che a Venezia si è svolto il vertice bilaterale italo-francese. Nell'incontro a due con Hollande un’altra piroetta. Renzi ha detto che il tempo stringe e che occorre decidere per la Libia prima che sia troppo tardi, anche perché gli americani hanno già stilato una lista di 40 obiettivi strategici, economici e militari da bombardare con i loro droni e missili.
In Mediterraneo, a far compagnia alla fregata egiziana missilistica “Tahya Misr” (Viva l’Egitto), ceduta di recente dai francesi insieme a 24 cacciabombardieri Rafale ed equipaggiata di siluri, cannoni e di un sistema missilistico antiaereo e antimissilistico, si avvicina la portaerei nucleare francese Charles De Gaulle. Sembra che Francia e Italia, i due paesi di recente visitati dal dittatore al Sissi[3], si preparino con l’Egitto, sotto copertura radar USA, alla spallata in Libia. L’offensiva sarebbe stata concordata per fine aprile-maggio mandando in soffitta ogni velleità di far luce sull’assassinio di Regeni e sul riscatto dell’onore, così brutalmente umiliato dalle bugie, dai depistaggi, dalle prese in giro della magistratura e dalla polizia egiziana.
Il piano studiato a tavolino ha già visto, da alcune settimane, la dislocazione sul terreno di parà e di unità speciali francesi, soprattutto tra Bengasi e Tobruk, nel territorio sotto il controllo del generale libico filoamericano Haftar, stretto alleato degli egiziani. Per questo anche il nostro Presidente del Consiglio ha firmato alla chetichella, senza discuterne o informarne il Parlamento, con l’ammiccamento del compiacente Copasir, un ordine esecutivo segretato che spedisce in Libia parecchie decine di agenti speciali sotto copertura, con compiti di preparazione sul terreno delle attività del piano di guerra, agli ordini di un Capo dei Servizi che è stato sempre al calduccio in posti di potere, senza aver mai respirato la polvere della trincea o averne patito i disagi.
---

[1] art. 264 del codice penale: “Chiunque, incaricato dal Governo italiano di trattare all’estero affari di Stato, si rende infedele al mandato, è punito, se dal fatto possa derivare nocumento all’interesse nazionale, con la reclusione fino a cinque anni”.
[2]  Vedi articoli “Tradimento” del 19.2.2016 e “Il prezzo del tradimento” del 21.2.2016
[3]  Vedi articolo “Il tiranno d’Egitto” del 14.2.2016

comments