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IL PREZZO DEL TRADIMENTO

TORQUATO CARDILLI - Nonostante lo stravolgimento della nostra Costituzione, fatta approvare a tappe forzate con la costante umiliazione del buon senso e del diritto da parte del Governo, l’Italia ancora non è diventata la repubblica delle banane ed ogni atto di rilevanza internazionale deve passare obbligatoriamente per l’approvazione espressa delle Camere.
In attesa che il Governo le informi adeguatamente, coinvolgendo l’opinione pubblica nonché le istituzioni regionali maggiormente interessate, a chi avesse intenzione di documentarsi sul trattato che cede il mare territoriale italiano alla Francia, ne consigliamo l'attenta lettura del testo, già pubblicato per conto del Quai d’Orsay sul sito del servizio idrografico e oceanografico della marina francese (Shom). Non c’è nulla di segreto in un atto che l’Assemblea Nazionale di Parigi ha ratificato di corsa, mentre nessuna procedura è iniziata a Roma e i nostri parlamentari sono stati tenuti completamente all’oscuro del fatto che Gentiloni abbia seminato i suoi zecchini d’oro nel campo dei miracoli della Normandia.
Sia detto tra parentesi, c’è anche una ennesima questione di stile a riprova del pressapochismo e del decadimento del bon ton come è accaduto per le statue velate del museo capitolino! Mentre il testo francese è redatto su carta tipo pergamena con i bordi rosso fiamma, quello italiano, che solitamente viene stampato sulla stessa carta con bordi blu, è invece dattiloscritto su ordinari fogli A4 da copisteria.
Al di là dei richiami preambolari un po' meschini sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e sulla Convenzione bilaterale sulle Bocche di Bonifacio del 1986, il prezzo del trattato è custodito nell'articolo 4.
Qui si parla specificatamente di sfruttamento di risorse di gas e idrocarburi, con una formulazione che non lascia adito a dubbi sulla reale portata dell’accordo: “Se un giacimento di risorse naturali si estende su entrambi i lati della linea di delimitazione della piattaforma continentale e se le risorse situate su un lato di questa linea possono essere sfruttate da impianti situati sull’altro lato, le parti cercano di accordarsi sulle modalità di valorizzazione di tale giacimento nel modo più efficace possibile”.
Ma v’è di più. Il comma 2 dello stesso articolo chiarisce che “nel caso in cui le risorse naturali di un giacimento situato su entrambi i lati della linea di separazione delle piattaforme continentali fossero già in corso di sfruttamento, le Parti si concerteranno per determinare le modalità di sfruttamento delle suddette risorse, previa consultazione degli eventuali titolari di autorizzazioni di sfruttamento”. Avete capito? Non parlo del testo zoppicante in italiano, ma del suo significato che non sta in piedi rispetto alla realtà.
Le parti firmano un accordo sulla delimitazione dei confini marittimi, prevedono lo sfruttamento congiunto delle risorse da idrocarburi e dicono di non sapere se le stesse operazioni di sfruttamento siano già in corso da parte di società che hanno già ottenuto le licenze. Vi pare possibile? O è una bugia colossale?
E' impossibile non collegare questo accordo, firmato a marzo 2015, al permesso allora già operativo di ricerca di idrocarburi liquidi e gassosi a sud di Marsiglia, a poche miglia marine dal confine con l’Italia, concesso dalla Francia alla società norvegese Tgs Nopec, la stessa società che aveva chiesto al nostro Ministero dell’Ambiente di poter effettuare indagini sismiche nel mar di Sardegna con la tecnica dell’air gun proprio per individuare giacimenti di idrocarburi e che aveva ottenuto la concessione di 20.000 chilometri quadrati compresi tra le Baleari e le coste nord-occidentali dell’isola. Detto per inciso la  tecnica dell’air gun era considerata alla stregua di un reato ambientale nella prima bozza del ddl sugli ecoreati, ma poi è stata “depenalizzata” nel testo approvato alla Camera a seguito della solita ammucchiata bipartisan, sempre unita quando si tratta di proteggere affari loschi, che ha allargato la maggioranza del PD, NCD e Scelta Civica a Alleanza popolare e Forza Italia.
Parimenti i nostri negoziatori sapevano benissimo che fosse interessata alle prospezioni anche un’altra società, la Schlumberger Italiana, a cui il Ministero delle Infrastrutture aveva rilasciato un nulla osta con prescrizioni un mese dopo l’insediamento del Ministro Del Rio al posto del predecessore Lupi.
Che in fondo si tratti di una scelta politica dettata da interessi economici lo ammette lo stesso sottosegretario Dalla Vedova nella lettera pubblicata. Dopo aver steso una bella cortina fumogena sulla”crescente proiezione di entrambi i paesi sulle porzioni di mare” afferma che l’accordo, dotato della virtù di colmare “un significativo vuoto giuridico, non disciplina solo i confini marittimi, ma modifica altresì le modalità di sfruttamento di eventuali giacimenti di risorse del fondo marino o del suo sottosuolo, situati a cavallo della linea di confine”.
Come se tutto questo non bastasse Dalla Vedova continua precisando che ai relativi negoziati hanno partecipato i ministeri dell' Ambiente, della Difesa, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e Trasporti, delle Politiche agricole, dei Beni Culturali. Dunque tutte queste Amministrazioni sapevano cosa facevano ed è difficile immaginare che ad esempio il Presidente e l'Amministratore delegato dell’Eni (Marcegaglia e Descalzi) o le raffinerie Erg di Garrone o Saras di Moratti ecc. ignorassero i contenuti e le conseguenze del trattato.
Ma la perla finale della lettera di Dalla Vedova è costituita dal seguente passaggio: ”sono al momento in corso ulteriori approfondimenti da parte delle amministrazioni competenti al termine dei quali sarà effettuata una valutazione globale sull’accordo del 2015, anche ai fini dell’eventuale avvio della procedura di ratifica parlamentare”.
Avete letto bene. L’azzeccagarbugli che ha scritto questa lettera non solo ipotizza ora, solo ora, una valutazione approfondita delle conseguenze dell’accordo, cui evidentemente i negoziatori italiani non avevano pensato prima della firma, ma definisce “eventuale” l’avvio delle procedure di ratifica che per la Costituzione sono obbligatorie.
Se i nostri deputati e senatori hanno ancora un briciolo di orgoglio nazionale, di cui tanto parla a sproposito il primo ministro, dovrebbero tuonare in parlamento contro un governo che ha firmato un'intesa di questa portata senza un mandato a negoziarla e rifiutare la ratifica dell’accordo.
Quanto ai cittadini va loro ricordato che mancano meno di due mesi al referendum, chiesto dalle Regioni e concesso dalla Corte Costituzionale, sul divieto di trivellazione nei mari italiani, fissato dal Consiglio dei Ministri per il 17 aprile su cui ancora non si è espresso il Capo dello Stato. Se non provvederà il Parlamento a sanare la situazione potrebbero loro stessi impedire lo scempio del nostro mare.

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