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IL TIRANNO D’EGITTO

TORQUATO CARDILLI - Fa male, molto male, il constatare con amarezza di aver avuto ragione con molto anticipo su un giudizio, che ora tutti danno per scontato, solo perché un giovane intellettuale italiano, un ricercatore universitario di ventotto anni dottorando a Cambridge, è rimasto vittima della brutalità assassina di un servizio di sicurezza, addetto a infliggere le più indicibili torture.
Sto parlando di Giulio Regeni, che dal Cairo scriveva sotto pseudonimo per il Manifesto perché temeva per la sua incolumità, assassinato per opera degli apparati egiziani con licenza di uccidere, incaricati della repressione brutale di ogni forma di dissenso.
Regeni non è un turista rapito, né un soldato caduto per il paese, ma un martire della libertà negata ai lavoratori egiziani.
Sin dall'agosto 2013, appena un mese dopo l'avvenuta deposizione del legittimo presidente egiziano al Morsi, avevamo messo in guardia il governo italiano sulla ferocia del nuovo tiranno del Cairo che aveva assunto il potere il 3 luglio 2013.[1]
Per volere del generale Abdel Fatah al Sissi, che aspira a occupare il ruolo di assoluta egemonia sull’intera Africa Settentrionale, garantendo la sicurezza di Israele contro la deriva islamista e contro il governo di Gaza, ogni macchia all'onore va insabbiata anche con le scuse più meschine. L’importante è che il dissenso non abbia voce.
Alla stessa stregua degli imperatori romani che scaricavano sui cristiani perseguitati ogni crimine, così al Sissi accredita la versione che il terrorismo che insanguina qui e là la terra egiziana sia opera della fratellanza musulmana, e non dell'Isis, e impone che l'opposizione laica liberale sia zittita, che alle manifestazioni si risponda con le pallottole, che i giornalisti e gli attivisti che denunciano i soprusi siano sistematicamente arrestati senza mandato di un giudice, imprigionati e torturati e che la loro identità sia nascosta e il fatto negato.
Come accaduto in tante altre occasioni, anche al Sissi è stato una creatura degli USA, sempre pronti a parlare a vanvera di esportazione della democrazia e di diritti umani (i madornali errori dell’Iraq, Afghanistan, Libia, Siria stanno a dimostrarlo) salvo dimenticarsene quando sono in gioco i loro interessi economici, geopolitici o strategici. In Egitto la rivolta popolare di cinque anni fa aveva deposto Mubarak e aperto la strada con regolari elezioni alla presidenza di Mohammed al Morsi. Ma questo, con i suoi programmi anticorruzione, non piaceva agli americani che in sostanza controllano e sovvenzionano l’esercito egiziano. Così prima hanno mandato avanti il generale Tantawi e poi hanno dato tutto il sostegno al generale al Sissi che, in aperta violazione della costituzione e del diritto, ha fatto incarcerare e condannare il presidente al Morsi.
Anche l'Italia ha fatto finta di non vedere l'esistenza di questo stato di polizia; ha taciuto sulle ripetute violazioni dei diritti umani e ha appoggiato il nuovo dittatore nella convinzione fasulla che stroncasse l'instabilità e il terrorismo islamico. Questa convinzione granitica si è infranta quando è stato profanato il corpo di un suo cittadino, martoriato in modo brutale e selvaggio.
Matteo Renzi è stato tra i più forti sostenitori di al Sissi, che ha dichiarato i “fratelli musulmani” che avevano ottenuto la maggioranza assoluta in libere elezioni parlamentari, un’organizzazione terroristica, ha fatto condannare i suoi leader alla pena capitale, ha fatto arrestare gli stessi laici anti Mubarak che avevano invocato una svolta democratica, ha militarizzato l’Università e i Centri di cultura, ha messo a libro paga migliaia di informatori promettendo all’Occidente, in cambio del sostegno al suo regime, una guerra al terrorismo islamico che non sta dando i risultati sperati.
Per Amnesty International sono migliaia gli attivisti arrestati e uccisi tra il 2014 e il 2015, centinaia le persone sparite nel nulla, quelle torturate, le donne molestate o stuprate in pubblico o nelle segrete delle prigioni di fronte ai mariti, ai padri, ai fratelli.
Come se nulla fosse, Renzi ha accolto nel 2014 a Roma al Sissi in cerca di legittimazione internazionale, salutandolo come colui che avrebbe aiutato l'Occidente a sconfiggere “il terrorismo e il radicalismo grazie alle scuole e all'educazione” e, nonostante l’assassinio al Cairo in pieno giorno dell’attivista socialista Shaima al Sabbagh da parte della polizia, ha ripagato il Rais nel marzo del 2015 con la visita al forum di Sharm el Sheikh, unico primo ministro europeo, andando ben oltre le formule di cortesia e dichiarando alla tivù araba al Jazira, che “al Sissi era un grande leader”.
Il corpo del giovane Regeni, orribilmente martoriato (tumefazioni sul viso, segni di bruciature di sigarette, tagli da lama in varie parti del corpo, unghie strappate, sette costole spezzate, segni di tortura da scosse elettriche ai genitali, falangi schiacciate, rottura della vertebra cervicale) come confermato dall’autopsia fatta in Italia, è stato ritrovato seminudo sul ciglio dell’autostrada tra Cairo e Alessandria nove giorni dopo la sua scomparsa avvenuta il 25 gennaio, nonostante che il nostro Ambasciatore in Egitto avesse allertato il Ministro dell’interno egiziano a sole dodici ore di distanza dalla mancanza di notizie. La prima versione data dalle autorità egiziane è stata quella di un incidente stradale, poi di una rapina finita male per opera di balordi, quindi che Regeni fosse caduto in una trappola da parte di islamisti. Tutte fandonie planetarie, smentite non solo dalla ricognizione sul cadavere, ma dalle tracce delle celle telefoniche e dalla testimonianza di coraggiosi egiziani che hanno assistito al suo sequestro da parte di agenti in borghese.
Tutti i nostri organi di informazione non hanno fatto altro che sottolineare che il Ministro degli Esteri Gentiloni, con quell’atteggiamento imbambolato di chi sembra appena uscito da una fumeria, ha chiesto con fermezza la massima chiarezza e la piena collaborazione delle autorità egiziane per l’individuazione dei responsabili dell’omicidio.
Bum! Al Cairo stanno tremando per la paura soprattutto dopo che il Ministro dell’interno Alfano, quello per intenderci che ubbidiva all’ordine dell’ambasciatore del Kazakistan sul rapimento della Shalabayeva, che ha sempre mantenuto un profilo di omertoso silenzio sulla macelleria di Bolzaneto, e sulla morte per percosse durante il fermo di polizia di cittadini come Cucchi, Aldovrandi, Ferulli e tanti altri ha dichiarato che al Sissi collaborerà e che i buoni rapporti con l'Egitto sono un fluidificante per aiutare nella ricerca della verità. Eduardo De Filippo lo avrebbe subito spernacchiato.
Il governo ha spedito al Cairo un team di investigatori (Carabinieri, Ros, Sco, Polizia, agenti segreti, Interpol) cui per altro le autorità egiziane, a dispetto dei proclami, non hanno offerto quella necessaria collaborazione spontanea ed effettiva per l’individuazione dei colpevoli dell’omicidio, anzi ne hanno rallentato e depistato in ogni modo l’attività.
In questi due anni suonati di governo Renzi, il popolo italiano è stato bombardato, ad ogni piè sospinto, dalle parole “orgoglio nazionale” utilizzate dal premier in ogni occasione dove si trattava di appropriarsi senza pagare dazio di un qualunque successo: dall’Expò (?) al record mondiale del nuotatore Paltrinieri, dall’Oscar a Sorrentino alla finale tennistica di New York tutta italiana Pennetta-Vinci, dalla nomina di Fabiola Gianotti a nuova Direttrice del Cern di Ginevra all’astronauta Samantha Cristoforetti alla scoperta dei ricercatori italiani delle onde gravitazionali da parte dell'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare di Pisa ecc. Ma se di tutto questo orgoglio nazionale nelle vene di Renzi ne esistesse una sola goccia che non sia pura chiacchiera propagandistica, l’assassinio di Regeni dovrebbe farla venire fuori. Dire come ha fatto Renzi “vogliamo, anzi esigiamo, la verità, tutta la verità” non è altro che il solito bla bla, già ascoltato in questi quattro anni nella vicenda dei marò.
Anche le pietre delle piramidi e la sfinge di Giza sanno che la verità sull’efferato delitto del povero Regeni è scritta nel comportamento degli sgherri del dittatore al Sissi che l’hanno torturato con meticolosa lentezza per giorni e giorni nel vano tentativo di strappargli informazioni sugli oppositori al regime.
Dunque se il Governo ha un minimo di orgoglio nazionale per questa offesa ad una politica di amicizia, dopo l’affronto ai nostri inquirenti in Egitto depistati nelle indagini con bugie risibili e con il finto arresto di due responsabili, dovrebbe congelare le relazioni diplomatiche fino a quando i veri responsabili non siano puniti. Se non lo fa, dimostra ancora una volta che un dittatore qualsiasi può prenderci per i fondelli. Ed è inutile fare il discorso del richiamo alla “real politik”paventando conseguenze economiche per i nostri contratti petroliferi e per le nostre esportazioni. Se dovesse prevalere questa visione politico-mercantilistica la smetta una buona volta di parlare di orgoglio nazionale o di diritti umani, e dichiari apertamente che in nome del profitto anche i principi più nobili diventano negoziabili fino a scomparire sotto la sabbia del deserto.

[1] “Pinochet tra le Piramidi” pubblicato on line il 18 agosto 2013 e nell’edizione cartacea il 27 agosto 2013.

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