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Identikit di un Presidente

TORQUATO CARDILLI - Dopo 9 anni di incontrastato dominio sulla politica italiana e all’indomani della conclusione del semestre di nostra presidenza dell’UE (chi si è accorto che il nostro governo ha fatto cambiare verso anche all’Europa?) Napolitano ha lasciato il Quirinale.
Quando in altri paesi la più alta carica dello Stato rassegna le dimissioni, nessuno si sbrodola in una melassa alluvionale di solidarietà parolaia e per certi versi ipocrita.
L’Italia, quasi due anni fa, aveva già assistito all’abbandono del ruolo di pontefice, che se permettete ha una valenza mondiale, da parte di Papa Ratzinger, impotente nel riformare la Chiesa data l’ostilità dei cardinali di curia e afflitto, dopo 8 anni di regno, “dall’ingravescente aetate”(88anni). Nessuno gli dedicò tante espressioni di rammarico e di elogio quante se ne sono sentite in questi giorni per Napolitano da parte di politici che per decenni si sono dedicati alla protezione dei propri privilegi mentre il paese andava in sfacelo. I loro commenti sono stati enfatici nell’esaltarne il ruolo insostituibile, la difesa delle istituzioni nel momento più difficile, la guida illuminata, la capacità di aver evitato derive pericolose, la volontà europeista e riformista e via di questo passo.
Agli italiani che hanno la memoria corta, o che come Renzi e le sue pulzelle ministre e deputate non erano ancora nati, andrebbe ricordato il suo elogio alle truppe sovietiche che invasero l’Ungheria nel 1956, al PCUS per l’espulsione di Solzenicyn, al PCI per l’espulsione dei dissidenti del “manifesto”, la sua originaria opposizione al trattato di Roma e alla linea di rigidità morale di Berlinguer. Né si può sorvolare sulla sua richiesta di impeachment del presidente Cossiga, sul fatto che da ministro dell’interno si sia girato dall’altra parte sull’orrenda vicenda dell’inquinamento nella terra dei fuochi,  e sugli errori di valutazione di questi ultimi 9 anni.
Al popolo smagrito dalla crisi, dalla disoccupazione, dalla voracità della classe politica non ha dato alcun esempio di frugalità, continuando a spendere per il Quirinale più della Casa Bianca e dell’Eliseo. Ha firmato con mano veloce le peggiori leggi e decreti voluti da Berlusconi sul falso in bilancio, sugli indulti, sui condoni, sugli scudi, sulla prescrizione, sulla guerra in Afghanistan e in Libia, sull’adesione acritica al fiscal compact, sul pareggio di bilancio inserito in Costituzione e per tre volte ha messo a capo del governo chi non aveva avuto il mandato dalle elezioni (Monti e Renzi) o chi non le aveva vinte (Letta nipote), nominando per giunta come ministri degli emeriti incompetenti.
Gli va riconosciuto solo il buon gusto finale della sobrietà nella cerimonia di addio, molto simile a quella di 70 anni fa quando l’ultimo re d’Italia partì per l’esilio. Ma, e qui sta la differenza, non facciamoci illusioni, perché dopo solo 24 ore, a dispetto dell’età, ha rivendicato le sue prerogative ed ha voluto prendere possesso dell’ufficio al Senato da presidente emerito, dal quale pilotare le manovre per eleggere il suo successore.
Sarebbe stato un gesto troppo nobile rinunciare alla carica di senatore a vita, visto che ha avallato un obbrobrio di riforma costituzionale che prevede praticamente la soppressione della camera Alta?
Adesso i contraenti del patto del Nazareno, sotto il suo sguardo vigile, stanno giocando di fioretto, con finti assalti e ritirate strategiche, mentre gli altri partiti spaccati, a dispetto dei voti conseguiti, si interrogano smarriti su chi debba salire al colle.
I nomi più gettonati che circolano sui media sembrano usciti dalla galleria dell'orrore. Li metteremo in ordine alfabetico per non fare torto a nessuno, visto che il torto se lo fanno da soli con il loro curriculum.
Amato, il superpensionato da 30.000 euro al mese, giudice costituzionale, ex numero due di Craxi, da presidente del Consiglio mise di notte le mani nelle tasche degli italiani portandosi via un mucchio di denari per pianificare i buchi del ladrocinio della cattiva amministrazione del paese. Dicono che sia il più amato da Napolitano e da Berlusconi, ma certo non lo è dagli italiani che ancora ricordano di essere stati fregati da topo gigio;
Bersani, quello che voleva smacchiare il giaguaro e che invece ha perso tutto in un sol colpo: premierato, segreteria del partito, e la faccia con le candidature bocciate di Prodi e Marini nel 2013;
Potevano mancare le donne? No.
Bonino, eterna candidata, si è subito tirata fuori dalla corsa confessando in radio di essere affetta da tumore e che ha già cominciato un ciclo di chemioterapia della durata di 6 mesi;
Casini, detto Pierfurby o il genero d’oro, che ha navigato in tutte le acque mettendo sempre la vela a favor di vento col timone pronto ad evitare secche e scogli; incollato al potere in parlamento da pupillo di Forlani a giovanissimo presidente della Camera;
Castagnetti. Chi? Nome del tutto sconosciuto a più di metà dei deputati attuali, abituati a internet, si tratta di un vecchio DC della scuola Zaccagnini-Martinazzoli, già segretario del PPI dopo Marini, con alle spalle un rinvio a giudizio per tangente, ma il reato fu dichiarato prescritto e per questo eletto fino al 2013 presidente della giunta per le autorizzazioni a procedere;
Chiamparino, ex allievo dell’Istituto Tecnico Sommeiller (la scuola di Einaudi e Saragat), capogruppo PCI a Moncalieri, poi deputato, sindaco di Torino, presidente dell’Anci, presidente del più importante gruppo bancario italiano, ora presidente della regione Piemonte e della conferenza delle regioni, convertitosi al renzismo;
Fassino, detto la mummia egizia di Torino, con moglie incorporata nel palazzo tanto da rappresentare la coppia più bella del paese con 13 legislature in due, sindaco della seconda città più indebitata d’Italia; già segretario del PD è quello della famosa telefonata “abbiamo una banca”, indicato da De Benedetti come candidato ideale per la sua difesa ad oltranza del Tav in Val di Susa, che significa decine di miliardi dei contribuenti a beneficio delle cooperative rosse e bianche;
Finocchiaro, senatrice siciliana del PD che però, per farsi eleggere, ha scelto il comodo collegio pugliese, quella con il marito medico inquisito, immortalata all’Ikea con gli agenti di scorta che spingono il carrello e che definì Renzi un miserabile solo perché l’aveva criticata;
Grasso, attuale reggente del Paese, che da magistrato anti mafia avrebbe voluto dare “un premio speciale a Berlusconi e al suo governo per la lotta alla mafia”e che da presidente del Senato è sempre stato il manganello del Governo contro le opposizioni;
Mattarella, altro giudice costituzionale, deputato per oltre 30 anni e padre della legge elettorale cancellata dal duo Berlusconi-Bossi, ritenuto schierato con Renzi, con la pecca di avere il figlio super pagato consulente alle dipendenze della ministro Madia;
Pinotti, arrivata terza nelle primarie per sindaco di Genova e per questo premiata con il Ministero della Difesa, dove ha inciampato nella questione dell’uso a scopo privato dell’aereo militare;
Prodi, sarebbe l’unico della schiera a poter alzare il telefono e parlare direttamente in tedesco alla Merkel, in inglese a Obama e in francese a Hollande, ex presidente dell’UE dal 1999 al 2004, con una profonda conoscenza dello Stato e una reputazione internazionale persino in Africa, ma è odiato da Berlusconi che ha subito da lui due sconfitte elettorali. Ha nelle ali il piombo di essere stato il paladino dell’euro inviso a gran parte dell’opinione pubblica e di essere stato già fatto secco dai 101 voti a tradimento dei renziani nel 2013;
Veltroni, detto l’africano, che prometteva di espatriare in Africa dopo aver fatto il sindaco di Roma, che non si era accorto di quale sentina di malaffare fosse il suo gabinetto; dato per favorito dai bookmaker del palazzo sarebbe il primo presidente non laureato.
Chi manca dal mazzo? I tecnici:
Draghi, ha già detto che non ci tiene a lasciare la presidenza della BCE a Francoforte anche se la Merkel farebbe carte false per farlo sloggiare;
Padoan, gradito agli ambienti economici internazionali per il suo curriculum di economista, ma se ha fatto bene il ministro del Tesoro sarebbe un peccato lasciarlo andare, mentre se ha fatto male, sarebbe improponibile;
Visco, come governatore della Banca d’Italia potrebbe anche essere una persona equilibrata, ma rischierebbe di dare l’impressione che il Quirinale sia riserva di caccia dei banchieri centrali (dopo gli esempi di Einaudi e Ciampi).
Ci sono infine i fiori più profumati, quelli che non farebbero storcere il naso agli italiani, ma che appunto per questo non possono aspirare ai famosi 505 voti dei grandi elettori: Carlassare insigne studiosa, prima donna a ricoprire in Italia la cattedra di diritto costituzionale, si dimise a luglio 2013 dalla Commissione per le riforme istituita per elaborare proposte di modifica della seconda parte della Costituzione, in polemica con la sospensione dei lavori del Parlamento ottenuta dal PdL per l’udienza in Cassazione contro la sentenza che aveva condannato Berlusconi;
Cassese, giurista, docente emerito della Normale di Pisa in diritto internazionale, già ministro della funzione pubblica con Ciampi, presidente della commissione di indagine sul patrimonio immobiliare pubblico, ex giudice della corte costituzionale;
Imposimato, magistrato integerrimo, presidente onorario della Cassazione, già giudice istruttore nei più importanti processi contro cosa nostra, camorra, terrorismo, impegnato ora nella difesa dei diritti umani;
Rodotà, già in testa a tutti i sondaggi, politico di lungo corso, prima radicale poi nel PD, docente emerito di diritto civile, ex garante della privacy, già candidato al Quirinale nel 2013 quando era sostenuto dal M5S e per questo non voluto da Bersani e D’Alema;
Zagrebelski, di origine russa, giurista e docente di diritto costituzionale di fama internazionale, ex presidente della Corte Costituzionale, contrario al progetto di revisione costituzionale voluto dalla Boschi e per questo assolutamente osteggiato dal PD.
Tanto Renzi, quanto Berlusconi, hanno proclamato pubblicamente quali debbano essere le qualità richieste: al nuovo presidente: essere un politico, essere un arbitro, essere super partes, avere un alto profilo internazionale, essere un vero conoscitore della macchina dello Stato, essere il vero garante della costituzione. Provi il lettore ad individuare chi possegga tali qualità in modo eminente come si richiede al pubblico funzionario per essere promosso.
In realtà entrambi i bari del patto del Nazareno puntano allo stesso piatto: vogliono un presidente incolore che sia per davvero un uomo di garanzia, cioè di garanzia per loro. Il primo per rimanere al Governo il più a lungo possibile e poter contare su un firmatutto sempre a disposizione, l'altro per ottenere la tanto reclamata agibilità politica, salvarsi dai processi tuttora aperti a suo carico, rientrare in Parlamento e mantenere in piedi le sue aziende.
Chi corrisponde all'identikit? C’è da temere che chi sarà eletto, più che il garante della costituzione possa diventarne il becchino.

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