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Last updateMer, 20 Set 2017 10pm

Lettera del Ministro David Tawei Lee alla comunità internazionale sull’ostracismo nei confronti di Taiwan

Il ruolo di Taiwan nella lotta per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile può essere decisivo nel quadrante Asia-Pacifico. I successi taiwanesi nel campo dello sviluppo sostenibile, della cooperazione allo sviluppo e nelle emergenze naturali e sanitarie mostrano una perfetta aderenza del paese agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dall’ONU. L’apporto taiwanese al raggiungimento degli stessi può essere molto importante: nella sua lettera, che abbiamo pubblicato integralmente, il Ministro David Tawei Lee lancia un appello alla comunità internazionale per far cessare l’ostracismo nei confronti di Taiwan.
David Tawei Lee, Ph.D. – Ministro degli Affari Esteri, Repubblica di Cina (Taiwan) - “Nel momento in cui intraprendiamo questo grande viaggio collettivo, ci impegniamo affinché nessuno venga lasciato indietro” – Transforming Our World: the 2030 Agenda for Sustainable Development.
New York è una delle destinazioni turistiche più popolari al mondo. I visitatori provenienti da Taiwan, così come quelli degli altri Paesi, amano vivere in prima persona le principali attrazioni della città – la Statua della Libertà, Times Square e, ovviamente, il nervo centrale degli affari internazionali: il quartier generale delle Nazioni Unite. Questi punti di riferimento – soprattutto l’ultimo – sono simboli di parità, di diversità e di libertà. Purtroppo, la brillante lucentezza di questi ideali si è opacizzata di recente, dal momento che sempre più visitatori provenienti da Taiwan si ritrovano allontanati dal suolo dell’ONU, discriminati semplicemente a causa del loro Paese d’origine.
L’ONU riguarda i popoli, tuttavia l’universalità dei diritti umani che l’ONU proclama non è estesa a Taiwan e ai suoi 23 milioni di abitanti. Questo trattamento spiacevole risale al 1971, quando il nostro governo ha perso la propria rappresentanza nell’organizzazione – e, nei decenni successivi, Taiwan ha vissuto l’isolamento e le sfide collegati alla propria situazione internazionale. Nondimeno, questa avversità ci ha spinto avanti e noi non ci siamo mai tirati indietro, siccome crediamo fortemente che coloro che seguono il sentiero della virtù non possono mai essere davvero soli.
Viaggiando per il mondo in qualità di Ministro degli Affari Esteri, mi sono sempre meravigliato di come l’esperienza di Taiwan in settori quali la protezione ambientale, la sanità e la medicina, l’agricoltura, l’istruzione e l’ICT abbia aiutato i nostri partner a crescere e svilupparsi. Noi siamo impegnati a continuare la nostra interazione e cooperazione con i nostri amici e i nostri partner, e a mantenere la pace globale, la sicurezza e la prosperità attraverso una mutua benefica collaborazione.
Nonostante gli sforzi di Taiwan e il riconoscimento che ha ottenuto, nonostante il bisogno di universalità, e nonostante la promessa ripetuta di non voler lasciare indietro nessuno, l’ONU sembra lieto di lasciare indietro 23 milioni di abitanti di Taiwan. Nel maggio di quest’anno, Taiwan non è stata ammessa a presenziare alla 70ª Assemblea Mondiale della Sanità, nonostante abbia partecipato in qualità di osservatore nei precedenti otto anni consecutivi. Rifiutare Taiwan – che ha investito oltre 6 miliardi di dollari in aiuti medici e umanitari internazionali sin dal 1996, arrecando beneficio a milioni di persone in tutto il mondo – va contro il senso comune, e crea un punto cieco nelle operazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, come quello che è costato molte vite durante l’epidemia di SARS del 2003.
Questo ingiusto trattamento, comunque, non ha impedito e non impedirà mai a Taiwan di compiere i propri doveri, sia nei confronti del suo popolo, sia nei confronti della comunità internazionale. Taiwan è la 18ª economia commerciale mondiale ed è 11ª per libertà economica; in qualità di ciò ha reso le sue leggi e i suoi regolamenti in linea con le convenzioni sui diritti umani dell’ONU, e per quanto concerne i valori democratici, Taiwan ha lavorato duramente come qualsiasi Paese – e forse anche più duramente di molti altri – per incrementare l’uguaglianza. Il popolo taiwanese ha eletto la sua prima Presidente donna nel 2016, ed è di genere femminile anche il 38% dei suoi legislatori. Taiwan è anche sede di una vibrante società civile, le cui organizzazioni civiche aiutano con costanza il mondo. E ogni volta che i disastri naturali colpiscono, le squadre di recupero appartenenti a ONG taiwanesi sono già lì sul territorio, pronte a fornire assistenza, con la loro devozione e la loro professionalità sotto gli occhi di tutti.
Taiwan sta ora lavorando alla sua prima “Voluntary National Review”, che documenterà molti dei suoi concreti successi riguardanti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’ONU. In termini di salute pubblica e medicina, per esempio, negli anni recenti Taiwan ha lavorato a fianco a una moltitudine di altri Paesi per combattere malattie infettive come la MERS, l’Ebola e la Zika. Taiwan ha anche continuato a sostenere l’economia e l’energia verdi, mirando a elevare la proporzione di energia rinnovabile generata per il fabbisogno del Paese fino al 20% (cinque volte il livello attuale) entro il 2025, mentre al tempo stesso punta a diminuire le emissioni carboniche ad almeno il 50% dei livelli del 2005 entro il 2050.
I possessori di passaporto taiwanese godono della possibilità di viaggiare senza bisogno di visto, o con altre forme facilitate, verso 165 Paesi e territori, il che dimostra il rispetto che turisti, uomini d’affari e accademici taiwanesi si sono guadagnati in tutto il mondo. Nonostante ciò, sono ancora impossibilitati a fare anche un solo singolo passo all’interno dell’ONU.
Per anni, ai rappresentanti delle molte ONG taiwanesi impegnate nella tutela dei diritti delle popolazioni indigene, del lavoro, dell’ambiente o delle donne, è stato impedito di prendere parte agli incontri e alle conferenze tenute al quartier generale dell’ONU a New York e al Palazzo delle Nazioni a Ginevra, semplicemente perché provenivano da Taiwan. Similmente, per l’oltraggio della comunità internazionale dei media, ai giornalisti taiwanesi non è concesso di coprire gli incontri dell’ONU di persona.
Queste misure discriminatorie messe in piedi dai burocrati dell’ONU – rivolte specificatamente contro il popolo taiwanese – sono giustificate in maniera non appropriata  dall’invocazione e dall’uso errato della Risoluzione 2758 (XXVI) dell’Assemblea Generale del 1971. E’ importante ricordare che, mentre ha fornito il seggio alla Repubblica Popolare Cinese all’interno dell’ONU, questa risoluzione non ha affrontato il tema della rappresentanza di Taiwan e del suo popolo nell’organizzazione; ancora meno, ha offerto alla RPC il diritto di rappresentare il popolo di Taiwan.
E’ importante evidenziare qui la realtà politica, che è quella che la RPC non ha ora – né ha mai avuto – giurisdizione su Taiwan. In realtà, come dimostrato dal suddetto divieto di ingresso ai taiwanesi all’interno del quartier generale dell’ONU, la RPC esercita più influenza all’interno dell’ONU che in Taiwan.
Il preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite parla con decisione della missione dell’organizzazione, che è quella di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”. Il governo e il popolo di Taiwan credono fortemente che il loro coinvolgimento sarebbe a beneficio di tutti, specialmente quando l’ONU invita all’applicazione universale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L’assenza di Taiwan, d’altro canto, può solo continuare a paralizzare l’efficacia di questi sforzi globali.
Taiwan può fare molto per aiutare il mondo a costruire un futuro più sostenibile. Il popolo di Taiwan necessita della comunità internazionale per sostenere le nostre aspirazioni e il nostro diritto a un trattamento equo da parte dell’ONU. In ultimo, non lasciateci fuori dalla porta.

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L’ammirazione degli americani per Mussolini

Il Prof. Matteo Pretelli parla del fascino esercitato dal Duce sugli americani in un’intervista rilasciata ad Umberto Mucci, che si può leggere online: http://wetheitalians.com/interviste/28753-mussolini-and-the-united-states-a-historical-perspective.
L’intervistatore, Umberto Mucci, è il creatore di We the Italians, il portale internet dedicato alla descrizione di tutto ciò che riguarda l’Italia e gli Italiani negli Stati Uniti d’America e ai rapporti tra i due Paesi (www.wetheitalians.com). We the Italians, unico nel suo genere, ospita già oggi migliaia e migliaia di contenuti - divisi per tema e per ciascuno dei 50 Stati - provenienti da diverse delle 2.500 istituzioni, associazioni, università, feste e gruppi censiti presso il suo database unico sulla rete, insieme a news, video, eventi e altri servizi sempre riguardanti l’italianità in America in tutte le sue diverse forme e coniugazioni, più le interviste che da un anno Umberto Mucci svolge presso importanti personalità che ricoprono un incarico presso soggetti che operano nei rapporti tra Italia e USA, interviste che hanno preso la forma di un libro pubblicato sia in italiano che in inglese.
L’intervistato, Matteo Pretelli, è uno studioso delle relazioni fra le comunità italiana e americana e delle relazioni fra Italia e USA soprattutto nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale, dell’emigrazione italiana negli States e della promozioni di lingua e cultura italiana.

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A proposito di invasione islamica

La missione segreta di Leonardo Da Vinci in Friuli per fermare un’invasione islamica
ANGELO PARATICO - Il 1499 è un anno pieno di colpi di scena. Il ventottenne re di Francia, Carlo VIII, una sera alza troppo il gomito e, rientrando nei propri appartamenti del castello d’Amboise sulla Loira, non s’accorge d’una architrave più bassa delle altre e vi picchia una regal testata. Non riesce più a dormire e il dolore aumenta durante la notte: viene chiamato il medico di corte ma non può nulla e il 7 aprile il re muore a causa d’una emorragia cerebrale. Qualche giorno dopo, il 26 aprile, Leonardo Da Vinci riceve la sua bella vigna da Ludovico Sforza, a Milano, vicino al convento di Santa Maria delle Grazie nel centro di quella ricca città.
Il 28 aprile la corona francese passa a Luigi XII: una pessima notizia per l’Italia e per i suoi fragili equilibri, perché quel re accampa pretese dinastiche su Genova e sul ducato di Milano, per via d’una sua nonna appartenente alla casata dei Visconti, una dinastia alla quale gli Sforza, secondo il nuovo monarca, hanno ingiustamente tolto Milano. Ludovico il Moro sa di aver i giorni contati e mette in moto i propri ambasciatori, cercando di parare il colpo.  Mobilita Massimiliano d’Austria, lo sposo di sua nipote e arruola migliaia di mercenari svizzeri. Ordina che il bronzo messo da parte per fondere il gran cavallo di Leonardo da Vinci per commemorare suo padre, Francesco Sforza, venga subito spedito a Mantova per esser fuso in cannoni. I veneziani si schierano con i francesi e allora il Moro si schiera con i turchi, nemici dei veneziani. I turchi entrano in Friuli, valicando l’Isonzo e il Tagliamento e vi saccheggiano dei villaggi, portandosi via centinaia di prigionieri, donne e bambini, che rivenderanno come schiavi. Leonardo dapprima resta a Milano e v’accoglie Luigi XII che vi entra trionfalmente il 6 ottobre 1499. Il re rimane incantato dalla Ultima Cena dipinta da Leonardo al punto di pensare di demolire il muro e portarselo in Francia.
Milano però è diventata pericolosa: i balestrieri guasconi usano la forma in creta a grandezza naturale del gran cavallo di Leonardo per far pratica di tiro e la distruggono.
Leonardo pensa bene di andarsene e a dicembre parte per Mantova con i propri allievi e con l’amico matematico Luca Pacioli. Si fermano da Isabella d’Este per qualche giorno e poi riprendono il cammino verso Venezia.
Siamo certi che Leonardo andò a Venezia dove restò per uno o due mesi, solo per via d’una conferma secondaria: una lettera del liutaio Lorenzo Gusnasco a Isabella d’Este e una sua noterella nel Codice Arundel, conservato a Londra: “Ricordo come a dì 8 di aprile 1503 io Leonardo da Vinci prestai a Vante miniatore ducati 4 d’oro in oro [...] Ricordo come nel sopradetto giorno io rendei a Salaì ducati 3 d’oro, i quali disse volersene fare un paio di calze rosate co’ sua fornimenti, e li restai a dare ducati 9, posto che lui ne de’ dare a me ducati 20, cioé 17 prestaili a Milano e 3 a Vinegia[...]”. Il Salai, Gian Giacomo Caprotti, fu il discepolo prediletto di Leonardo, un monello al quale il grande uomo non sapeva mai dir di no.  Questo è tutto!
Nel mese di febbraio del 1500 il Moro riprende Milano alla testa dei suoi mercenari ma riesce a tenerla solo per un mese e poi, tradito dagli svizzeri a Novara, vien portato in una gabbia di ferro sino a Loches, in Francia, dove morirà. Luca Pacioli conosceva molte persone importanti a Venezia e conoscendo la sua ammirazione per il genio toscano gliele avrà certamente presentate.
La scarsità delle notizie par quasi indicare che Leonardo Da Vinci sia stato impegnato in una missione segreta... e questo è possibile, poiché a quel tempo non era certo che Ludovico il Moro e la sua coalizione sarebbero usciti perdenti da quella guerra, e se avessero vinto a Leonardo avrebbero tolto la sua amatissima vigna, o peggio, accusandolo d’intelligenza con il nemico. Ma di che missione si trattava?
Possiamo farcene un’idea dal foglio 638° V del Codice Atlantico conservato presso alla biblioteca Ambrosiana di Milano e noto come Memorandum Ligny. E’ una pagina che mostra di essere stata più volte ripiegata e forse nascosta in una tasca, con un frammento mancante. Vi  troviamo sopra due abbozzi di lettere scritte di pugno di Leonardo e che paiono dirette al Senato Veneto. Riguardano degli studi per difendere il Friuli dagli assalti dei turchi. Infatti vi si parla di difese da costruire sull’Isonzo per contrastarli, ed è notevole il fatto che Leonardo avesse capito che la linea per contenerli era proprio quel fiume, infatti vi si dice, fra l’altro: “Illustrissimi signori, avendo io esaminato la qualità del fiume l’Isonzio, e da’ paesani inteso come per qualunque parte di terraferma...”.
Leonardo deve aver condotto un’ispezione sulle rive del Isonzo e parlato a chi ci abitava. Forse proponeva di farlo straripare per allagare il contado e impedire alla cavalleria turca di passare, poi passa a discutere di possibili sbarramenti fatti con delle palificazioni.
Esiste un’altra notazione di Leonardo che ci conferma nell’idea che effettivamente egli vi condusse un’ispezione e che propose delle modifiche difensive. Parliamo sempre del Codice Atlantico al foglio 822 v, che risale al 1508, dove ricorda certi suoi studi fatti in passato: parla di un sistema per il trasporto delle artiglierie studiato per Gradisca del Friuli: “ Bombarde da Lion a Vinegia col modo ch’io detti a Gradisca in Frigoli e in Ovinhie (Udine?)”. Più avanti troviamo uno schizzo sul quale annota: “Il ponte di Goritia” e “Vilpago (Wippach).”
Del sopralluogo di Leonardo non esiste traccia negli archivi veneziani, ma sappiamo che il 13 marzo 1500 il Senato veneto discusse d’inviare Giampaolo Manfron con una delegazione di tecnici in Friuli e che durante il dibattito Pietro Moro (patron de l’Arsenale) s’alzò e disse che conosceva ingegneri militari che potevano preparare dei piani adeguati. A Pietro Moro fu affiancato Angelo Barozzi, un esperto di fortificazioni.
Una loro prima relazione del 22 marzo chiedevano più soldati e più armi e il 3 aprile il Moro e il Barozzi rientravano a Venezia, dove presentavano le loro raccomandazioni al Senato della Serenissima.  E’ possibile che Pietro Moro dev’essersi portato dietro Leonardo per avere un parere tecnico alternativo a quello del Barozzi, che passava per essere un uomo testardo e dal carattere difficile.
Il timore d’una invasione turca scemò dopo il 13 aprile 1500 quando i francesi sconfissero e catturarono il Moro, ponendo termine alla guerra.
Nel mese di aprile del 1500 Leonardo e Luca Pacioli si trovano già a Firenze, e la missione segreta in Friuli è terminata. Leonardo, nel 1502, prende servizio come ingegnere generale di Cesare Borgia, ma poco appare nelle sue note di ciò che vi fece a livello bellico ed è solo grazie al suo amico e ammiratore Luca Pacioli che sappiamo che fu grazie a un suo intervento - che fu visto come prodigioso - che l’esercito del Borgia potè valicare un fiume che lo bloccava, ma di questo Leonardo non ne accenna neppure nei suoi scritti.

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La Marsigliese ha origini italiane

ANGELO PARATICO - La Marsigliese è famosissima, fra gli inni nazionali forse è il più celebre. Eppure pochi sanno che la musica esisteva già prima d'essere posta sullo spartito, la notte del 25 Aprile 1792, da Claude Joseph Rouget de Lisle.
A quel tempo la Francia era in guerra contro l'Austria e, intrattenendo a cena degli ufficiali francesi, il sindaco di Strasburgo lamentò il fatto che la Francia non possedesse un proprio inno. Rouget de Lisle, uno degli ufficiali presenti, tornò nella propria baracca e nella notte buttò giù questo pezzo musicale, che intitolò "Chant de guerre pour l'Armée du Rhin."
Le parole che compose quella notte sono ancor oggi potenti e riescono a trasmetterci un forte spirito, che ci fa tremare le vene, sposandosi stupendamente con le note musicali, che, Rouget de L'Isle disse di aver composto.
Quella canzone fu subito popolare fra i soldati e, successivamente, divenne il simbolo dei rivoluzionari francesi. Divenne nota come la Marsigliese solo dopo che fu cantata dai volontari di Marsiglia che, giunti a Parigi, parteciparono alla presa del palais des Tuileries, il 10 Agosto 1792.
Rouget de Lisle era un capitano dell'esercito reale francese ma nel 1793 rifiutò di giurare fedeltà alla nuova costituzione rivoluzionaria e fu perciò imprigionato, andando vicino a salire la ghigliottina. Fu liberato solo per via dell'arresto di Robespierre, che segnò la fine del tempo del Terrore. Immaginiamo il suo grande fastidio nell'udire la sua bella canzone uscire dalle bocche dei sanculotti!
Napoleone Bonaparte non fu mai un fan della Marsigliese e la fece mettere da parte durante l'Impero. Fu poi proibita durante la restaurazione, da re Luigi XVIII. Con la salita al trono di Napoleone III, la Marsigliese venne lasciata da parte, dato che l'inno nazionale francese in quei giorni era Partant pour la Syrie che suona piuttosto profetico ai giorni nostri...
La Marsigliese tornò in auge nei giorni della Comune, nel 1871 e fu poi dichiarata ufficialmente l'Inno Nazionale francese nel 1879. Ma allora, chi scrisse questa musica? Credo non esistano dubbi in merito: fu Gian Battista Viotti, che la compose nel 1781, ben 11 anni prima di Claude Joseph Rouget de Lisle.
Ora, non vogliamo biasimare o accusare di disonestà un uomo come Rounget de Lisle - uno che preferì morire in povertà piuttosto che scendere a compromessi con la propria coscienza e tradire il giuramento fatto al re - va però detto a onor del vero  che non si tratta d'una casuale somiglianza, ma è, piuttosto, la stessa, identica cosa. Ed è spiacevole che la Francia non lo ammetta, concedendo a Viotti un onore postumo che gli spetta.
Ecco ciò che dice Frederic Frank-David, ex direttore del Museo della Marsigliese: "Vi è un certo grado di probabilità che Rouget sia stato ispirato dalla musica di Viotti, forse consciamente o inconsciamente."
Questo è vero ma è difficile pensare che fu una cosa inconscia. Basti dire che sentendo le due musiche in sequenza si capisce che sono la stessa cosa, nota dopo nota.
Giovanni Battista Viotti nacque a Fontanetto Po, un piccolo comune in provincia di Vercelli, nel 1755 e morì a Londra nel 1824. Fu direttore del King's Theatre di Londra, poi si trasferì in Germania per due anni (1798-1800); infine rientrò a Londra, dove restò sino alla morte, salvo che per una breve parentesi a Parigi, dove fu direttore del Theatre des Italiens.
Viotti vien oggi considerato uno dei maggiori violinisti mai esistiti, ma fu anche un grande compositore, fra l'altro, durante la sua lunga carriera scrisse di ben 29 concerti.

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Talenti italiani nel mondo: Verdiana Patacchini (Virdi)

ANDREA CARTENY, STEFANO PELAGGI - Giovane e capace di guardare oltre, anzi di mettere in discussione attraverso le sue opere la materialità dell’opera d’arte: è questo forse il paradigma con cui possiamo approcåciare un’artista, come Verdiana Patacchini, in arte Virdi, emergente in Italia e ormai affermata negli Stati Uniti e all’estero. Umbra di origine, romana e cosmopolita di adozione, dall’Accademia di Belle Arti e dall’insegnamento di Giuseppe Modica la giovane artista conosce, studia, assorbe gli elementi metodologici di destrutturazione della materia di Carlo Guarienti. Come i migliori allievi dimostra di interpretare l’opera di Guarienti per farla sua, per esprimere la propria identità e mettersi in gioco contaminandosi con gli ambienti più d’avanguardia, che osano di più, in primis New York. La sua pittura è figurazione dell’artista, evocazione nello spettatore, percezione del pubblico, che trascende la natura e ricostruisce una realtà riportata agli elementi materiali di base, primordiali.
Con questi strumenti, uniti a fascino e passione, Virdi è passata da un riconoscimento nazionale a premi internazionali: nel 2010 viene selezionata con altri artisti contemporanei per la mostra mercato “Project Paz”, in beneficenza della città di Juarez (Mexico), esponendo presso l’Industria Superstudio, a Manhattan (New York); selezionata da Alain Tapié nel 2011 partecipa alla 54^ Biennale Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, al Padiglione Italia (Corderie dell’Arsenale), diretta da Vittorio Sgarbi; nel 2013 presso il Provenence Center Gallery di New London (Connecticut) prende parte alla collettiva “Italian Vibration”, a cura di Alessandro Berni, poi a ”Sexuality in contemporary society“, collettiva curata da Nadesha Mijoba; nel 2014 è tra i 20 artisti selezionati in Italia per il progetto Artists for Mediterraneo, all’interno del quale con l’evento “I volti della metafora” partecipa all’esposizione tenutasi alla Yacht Club Montecarlo Meeting Room di Quai Louis II, Principato di Monaco. Poi a riconoscimento della sua opera artistica per originalità e innovatività, nel 2015 è stata selezionata per il Clio Art Fair, iniziativa di Alessandro Berni per la valorizzazione di artisti emergenti, e ha vinto a New York una residency all'interno della grande comunità di Mana Contemporary, dove le è stato assegnano uno studio d'artista per alcuni mesi che si concluderanno con una mostra del progetto di lavoro svolto durante la residenza; inizierà il prossimo gennaio 2016.
Ha ricevuto riconoscimenti di prestigio, come il Premio Catel 2012 per l’opera “La Veronica”  inoltre, per quella naturale e altera compostezza, che che anima la matericità delle sue composizioni, la giovane Virdi interpreta ed esprime un nuovo sentimento moderno di interiorità che si sposa appieno con le nuove tendenze comunicazionali e di visual experience, tanto da contestualizzare  alcune sue opere come "La Medusa" e "La Danza” all’Art Cafè  di Roma, all’Hotel Relais di Piazza Navona e alla boutique Hotel The Corner, sempre nella Capitale.
Le abbiamo rivolto qualche domanda.

D- Virdi, da anni svolgi la tua attività artistica negli Stati Uniti, segnalandoti come una giovane italiana di talento che porta la propria cultura all’estero: sei nota per le tue tecniche molto originali, una “pittura materica” capace di lavorare materiali pesanti con acidi e fuoco.. come sei arrivata ad “osare” tanto?
R- Grazie innanzi tutto per questa bella presentazione. L'America l'ho vissuta per intero quest'ultimo anno, mi è piaciuto molto e ci tornerò da gennaio per la residency da Mana Contemporary, un'esperienza sulla quale conto molto.
Quando si comincia un'opera, l'idea iniziale riguarda sempre il soggetto. La seconda parte che è più significativa ancora, è la soluzione che trovi per trasformare quella immagine astratta in quadro. Lavorare la materia è per me anche una prassi e mi aiuta; segue o a volte anche precede l'idea iniziale. Dico che la precede perché le macchie, una superficie preparata in un certo modo, mi guidano. Dalla ricerca e dal caso trovo parte dell'ispirazione, un suggerimento ed è per questo che non parto mai da una tela o un foglio bianco; inoltre trovo in questi processi un risultato di estrema raffinatezza.
Un sorta di strategia direi, strategia del linguaggio con cui scelgo di esprimermi e per questo legame sono disposta a ripartire ogni volta da zero.
In fondo il soggetto è legato allo stile.

D- Le tue opere hanno una narrazione interna molto ricca, molteplice, capace di suggestioni e prospettive straordinarie, con quadri – come “La danza” – che richiamano le forme femminili di un André Derain a opere più chiaramente in linea con l’arte informale…: da cosa trai la tua ispirazione? Che letteratura, che musica ascolti?
R- Nel caso del quadro La Danza (del 2008) era nato da un tema che avevo scelto per svolgere una commissione, un dipinto che doveva ricoprire una grandissima superficie di un soffitto a cupola.
Bisognerebbe aprire un discorso a parte riguardo il valore della “commessa” nell'opera d'arte, prima era la committenza che dava agli artisti le occasioni per creare capolavori, oggi c'è più libertà ma non semplifica le cose. La commissione aiuta l'artista, ti permette di sperimentare di approcciarti a situazioni nuove. Io cerco sempre di trovare soluzioni che si possano adattare all'architettura di un luogo. Ad esempio a New York ho esposto in un bellissimo spazio di design italiano a Chelsea, GD cucine, ed ho creato una istallazione site specific che ho voluto chiamare Figures at the Windows, le opere erano concepite perché si affacciassero dalla vetrina sulla strada; sembravano delle sculture ma se entravi e le vedevi a 360 gradi capivi che erano dei disegni su carta.
Mi diverte fare una cosa e farla sembrare quello che non è. Anche in letteratura per rispondere alla tua domanda, mi attrae il visionario, il fantastico: Bestiario di Cortàzar o La Panne di Durrenmatt, Il Maestro e Margherita. Di recente mi è stato prestato Linea di Terra, un romanzo degli anni '90 di Rebulla, uno scrittore siciliano che ha fantasticato sul dipinto Il Trionfo della Morte di Palermo, di cui non si conosce l'autore, inventando che fosse stato dipinto da il Pisano e tutto ciò lo racconta attraverso la storia epistolare tra questo pittore costretto a lavorare sotto mentite spoglie e la sua amata. Bellissimo. Pure nella musica mi affascina il genio nelle melodie o il modo in cui certi cantanti riescono ad interpretare con tutta l'anima una canzone e li invidio molto, vorrei riuscire ad usare questa grinta viscerale su una tela.

D- A proposito di “italianità”: senti di proiettare nelle tue opere questa tua identità e individualità, oppure ti consideri davvero un’artista cosmopolita in un mondo globalizzato?
R- Molti leggono uno stile italiano nelle mie opere, hanno ragione, il riconoscere la mia provenienza mi fa sentire meno impreparata, ci tengo a questa identità e poi non puoi mentire a te stessa; quindi almeno per adesso è così.
Ogni opera poi è una esperienza, non ho nessuna presunzione di definire il mio lavoro, è tutto in divenire.
“Globalizzazione” proprio come parola non mi piace e definirmi cosmopolita lo trovo ridondante. Sicuramente viaggiare apre la mente e fa bene a tutti, qualsiasi mestiere uno faccia credo.Mi viene subito in mente tutta la pittura cinese, la cultura della porcellana, o l'arte, la scultura nera africana; cosa sarebbe pensata in un mondo globalizzato? Chi influenzerebbe chi?

D- L’elemento figurativo, o meglio la figurazione delle tue opere (che è anche “figur-azione”, vista l’importanza dell’azione demiurgica nella fase di creazione-realizzazione), racchiude sempre un importante elemento di espressione di tecniche forti, capaci di soluzioni tanto innovative quanto casuali nel loro risultato ultimo: ti chiederemmo se puoi articolarci, in questo senso, la tua evocativa frase “riconosco la tela nella carta, nell'acciaio, nel ferro e i colori negli acidi…”
R- Tutto quello che abbiamo davanti agli occhi è figurazione, i pensieri hanno una forma, i ricordi hanno una forma e quello che sogniamo, quindi è difficile evitare la figurazione. Aspiro ad avere una immaginazione molto forte, una sorta di esorcizzazione della realtà ed a tradurre questo in pittura. A questo punto ha molta importanza il funzionamento estetico e i mezzi per raggiungerlo (che sia la carta, il ferro, la tela, la superficie di un muro..).
Evito la lezione concettuale.
Una volta Enzo Cucchi ha detto che non si può arrivare alla pittura per vie concettuali e che la considera una posizione Naif! Sono sicura che fosse una provocazione, ci sono artisti concettuali di una forza disarmante ma sono d'accordo, in fondo la pittura è di per se un concetto e molto serio. Per questo credo anche che anche la componente dell'ironia in un dipinto sia sempre importante.
Lavorare e lavorare penso sia l'unica soluzione.

D- Come vedi il futuro di un’artista italiano all’estero e la sua opportunità di essere un elemento di sprovincializzazione della cultura italiana? Ti senti in questo senso un “ambasciatore” della creatività’ e dell’arte italiana nel mondo?
R-No, come potrei sentirmi tale. Mi ritengo privilegiata per l'opportunità di aver messo un piede in America, è una cultura veloce, pragmatica, positiva e abituata anche alla quantità oltre che alla qualità. Penso anche che le difficoltà che la nostra generazione ha incontrato e sta incontrando in Italia, scaturino una sorta di scrematura se mi si passa il termine, così che si rischia di avere una qualità maggiore. L'Italia ha il dovere e il diritto di restare ad essere il Paese straordinario quale è e in questo ci credo fortemente e noi dobbiamo usare tutta l'energia di cui disponiamo.

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