Mer09202017

Last updateMer, 20 Set 2017 10pm

Ora in italiano il libro di Angelo Paratico

Ha provocato una tempesta meditica in tutto il mondo
Un curioso libro scritto da Angelo Paratico, da 35 anni residente a Hong Kong e che fu pubblicato in lingua inglese nel 2015 - provocando una tempesta mediatica in tutto il mondo - è stato ora tradotta e pubblicata in italiano dalla Gingko Editore di Bologna.
Il suo titolo è: Leonardo Da Vinci. Un intellettuale cinese nel Rinascimento italiano, con documenti che illuminano la vita di sua madre, la misteriosa Caterina. La prefazione è del giornalista, scrittore e critico d’arte, Salvatore Giannella.
Si tratta di un'eccentrica biografia dedicata a Leonardo e alle sue evidenti influenze orientali, sia a livello artistico che etnico. Vi si discute, documenti alla mano, del capitolo della importazione di schiave mongole, un fenomeno diffusissimo in Italia prima della caduta di Costantinopoli del 1453, eppure rimosso dalla nostra coscienza.
Vi si ridefinisce l'immagine di suo padre, Ser Pietro Da Vinci, presentato come un mascalzone e un predatore sessuale che abbandonò il figlio al proprio destino, lasciando che venisse sessualmente abusato dal patrigno, l'Accattabriga, che impalmò la madre di Leonardo, subito dopo che ella ebbe messo al mondo Leonardo. 
La madre di Leonardo morì a Milano nelle braccia del figlio e vi fu sepolta in uno dei tanti cimiteri estinti della città, forse in prossimità del Fopponino di Porta Vercellina.
Questa Caterina fu una schiava tartara o addirittura cinese come suggerisce l’autore? A quel tempo la distinzione fra Tartaria e Cina era tenue, essendo stata sino al 1368 posta sotto al dominio dei Khan mongoli.
È dunque possibile che la tesi di Paratico non sia campata in aria e dopo aver letto questo libro sarà difficile non prenderla seriamente in considerazione.

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"The Dew of Heaven", l'ultimo libro di Angelo Paratico

ANDREA BETTINELLI DAL CIN - Il nostro Angelo Paratico ha da poco pubblicato un nuovo libro presso la casa editrice Cactus Moon, di Tempe, in Arizona.
L’ha scritto in lingua inglese e s’intitola “The Dew Of Heaven” un versetto tratto dal libro della Genesi, che possiamo tradurre come ‘La rugiada celeste. ‘
Intervistiamo l’autore presso la Società Dante Alighieri di Hong Kong, prima della presentazione della sua ultima opera a un pubblico di attenti lettori cinesi e d’italiani residenti nell’ex colonia britannica, posta nel sud della Cina.

Si tratta di un romanzo o di un’opera storica, come il tuo precedente libro dedicato a Leonardo Da Vinci?
Si tratta di un’opera storica che verte sulla presenza italiana in Cina dal 1892. Uso la fantasia, in altre parole la mia logica, solo per unire certi fatti, saldandoli come gli anelli di una catena.

L’Italia in Cina?
Certo. L’Italia giocò un notevole ruolo in Cina, soprattutto dall’invio delle nostre truppe a Pechino, nel luglio 1900, per liberare le legazioni diplomatiche assediate dai Boxer. Il nostro rappresentante diplomatico, il marchese Giuseppe Salvago Raggi, fu uno dei protagonisti della resistenza a quei folli che li volevano massacrare, ma poi non se ne vantò come fecero altri, infatti, il suo diario è stato pubblicato solo qualche anno fa. Salvago Raggi si trovò assediato per 55 giorni, assieme alla moglie e al figlioletto Paris, durante i quali erano convinti di morire torturati e sgozzati.

Noi italiani mandammo delle truppe in Cina?
Certo, e la Cina ci dichiarò guerra per questo. Inviammo una flottiglia di sei navi, guidate dall’Ammiraglio Camillo Candiani d’Olivola e tremilaseicento soldati, perlopiù bersaglieri. Si distinsero tutti, nonostante il loro equipaggiamento non fosse adeguato a quell’impresa.

Dunque, Salvago Raggi è il protagonista del suo libro?
No, non lo è. Il protagonista del mio libro è un ufficiale di Enna, in Sicilia, che prima partecipò alla battaglia di Adua e poi s’offrì volontario per la spedizione in Cina, seguendo il colonello Tommaso Salsa, che ad Adua aveva consigliato al generale Oreste Baratieri di ritirarsi e di non badare ai telegrammi del primo ministro, Francesco Crispi, che lo incitava a dar battaglia. Questo tenente, all’interno della Cina, incontrò la donna della sua vita e, anche per questo motivo, decise - una volta congedato nel 1902 - di stabilirsi nell’ex colonia portoghese di Macao e nella vicina Hong Kong, impiantandovi un’attività. Prima di morire, nei primi anni sessanta, decise di scrivere un diario della propria avventura, un diario contenente certi dettagli che avevano e hanno tuttora delle implicazioni geopolitiche pericolose.

Ci puoi raccontare di più?
Certamente no. Guasterei ai miei lettori il piacere di leggerlo…

Va bene. Ma è stato difficile studiare la parte giocata dall’Italia in Cina?
Sì, molto. Dalla fine della seconda guerra mondiale è calato l’oblio su quei fatti storici e, per questo motivo, sono dovuto andare alla ricerca di vecchi libri e di antiche memorie per ricostruire quei fatti. Solo per ricostruire il processo del tenente Vito Modugno, un ufficiale che dopo aver partecipato all’impresa cinese, tornato a casa, fu accusato di aver ammazzato la moglie, inscenando un suicidio. Quello fu il primo grande processo mediatico della nostra storia e, se fosse esistito Bruno Vespa nel 1905, ci avrebbe costruito sopra varie puntate di Porta a Porta. Alla fine, dopo di tanto cercare, riuscii a scovare gli atti del processo che lo videro assolto.

Pensi a un’edizione italiana del tuo libro?
No, non ci penso per nulla. Questo libro l’avevo scritto in italiano ma era stato rifiutato dalla casa editrice Mursia di Milano, che pure mi aveva già pubblicato due libri, facendomi far anticamera per otto mesi, per poi dirmi che non erano interessati. Dopo il loro rifiuto lo sottoporsi ad altre case editrici italiane, che neppure mi degnarono di una risposta. E poi si parla di crisi dell’editoria in Italia. Credo che manchino serietà e organizzazione, non i lettori! Io risiedo a Hong Kong da trentacinque anni ma mi par di vedere da noi tutto un “mulo sfrega mulo.” Camarille politiche, amici di amici, comparsate televisive…no, non m’interessa.
Per questo motivo lo tradussi in inglese sottoponendolo ad alcune case editrici americane. Una mi rispose dopo mezzora, dicendomi che erano interessati, che lo avrebbero letto e, se interessati, mi avrebbero confermato la cosa nel giro di tre settimane. Dopo tre settimane mi mandarono il contratto. Ora sono anche in trattativa con un editore di Seoul che lo potrebbe fare uscire in coreano.

Quale sarà il tuo prossimo libro dopo The Dew of Heaven?
Una traduzione in inglese delle memorie del ministro Giuseppe Salvago Raggi, di cui parlavamo qui sopra.

Chi è quel fantasma che appare sulla copertina del tuo libro, fra i grattacieli di Hong Kong?
Ah, vero, pare un fantasma! Si tratta del napoletano Eugenio Zanoni Volpicelli, che fu nostro console a Hong Kong e Macao dal 1899 al 1919. Parlava una dozzina di lingue, fra le quali il russo, vari dialetti cinesi, il coreano e il giapponese. Pubblicò vari libri di storia e di politica, a Londra e a Parigi. Qualche cosa uscì pure in cinese. In Italia è sconosciuto, ma negli anni della sua presenza a Hong Kong veniva consultavano da tutti gli italiani che passavano di qui, anche Luigi Barzini. La sua tomba si trova a Nagasaki, in Giappone.

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La capitale contesa

Il giovane Antonello Battaglia ha pubblicato per Edizioni Nuova Cultura il libro "La capitale contesa - Firenze, Roma e la Convenzione di Settembre (1864)
Fontainebleau, 15 settembre 1864, ore 15. Nigra, ambasciatore italiano a Parigi, Pepoli, ambasciatore italiano a Pietroburgo e amico di Napoleone III e Drouyn De Lhuys, ministro degli Esteri francese, siglano la Convenzione di Settembre. L’accordo, raggiunto dopo tre anni di trattative altalenanti, prevedeva la smobilitazione francese da Roma e il progressivo avvicendamento delle truppe imperiali con un corpo di volontari cattolici. L’Italia doveva tuttavia garantire l’indipendenza e la sicurezza dei territori pontifici e s’impegnava a trasferire la capitale da Torino a Firenze. L’ambiguità dell’accordo metteva entrambi i Paesi nella condizione di ritenerlo un successo diplomatico. Parigi ritirava le truppe perché giudicava lo spostamento di capitale come la definitiva rinuncia italiana a Roma, mentre per i diplomatici di Vittorio Emanuele II, si trattava di un avvicinamento progressivo all’urbe e l’inizio di una soluzione pacifica della Questione Romana. La guarnigione transalpina – intervenuta e insediatasi, su richiesta di Pio IX, nella tarda primavera del 1849 – iniziava a tornare in Francia.
A seguito della Convenzione, una commissione militare – costituita dai generali di corpo d’armata – fu incaricata di studiare il nuovo assetto strategico-militare della Penisola alla luce dello spostamento di capitale.
In prossimità del 150° anniversario dalla Convenzione, il volume ricostruisce – con l’ausilio dei Documenti Diplomatici Italiani e degli incarti custoditi presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito – le complicate trattative d’accordo e l’elaborazione delle nuove strategie militari italiane.

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Italiani e giapponesi, il racconto di una passione

Il diplomatico Mario Vattani presenta il romanzo "Il Fiume di Fuoco e di Profumo"
Per rafforzare la sua posizione in Asia e dare un carattere speciale alle sue relazioni con paesi come il Giappone, l'Italia dovrebbe “ricordare” quanto ha saputo fare nel passato. È anche questo il messaggio de “Il Fiume di Fuoco e di Profumo”, il romanzo di Mario Vattani che verrà pubblicato per ora solo in Giappone. Nel libro l’avventura personale del protagonista si proietta sullo sfondo dei rapporti tra l’Italia e il paese del Sol Levante, in un periodo – dal 1866 al 1945 - molto particolare per le due nazioni e per il mondo intero.

Qual è il tema centrale del libro e il suo messaggio?
"Ho voluto sviluppare il romanzo su due livelli. C’è quello personale, un viaggio che è quasi un percorso iniziatico attraverso il Giappone, le sue divinità e la sua storia. Il cammino di liberazione attraverso lo sforzo e la disciplina è un tema che nella mia vita ho tentato di sviluppare in varie forme. Solo che stavolta l’avventura umana si svolge sullo schermo magico dei rapporti tra Italia e Giappone. Quindi come nel teatro 'Noh', esiste un secondo livello in cui i protagonisti non sono solo le persone, ma anche le cose, che assumono una loro vitalità ed esprimono i loro ricordi".

Perché fermarsi al 1945?
"Ho scelto come sfondo il periodo su cui si concentra la mia ricerca presso l’Università di Tokyo. Ho constatato che tra il 1866 e il 1945 si è sviluppata tra i due paesi una vera e propria passione, di cui la parte finale, quella dell’alleanza e poi del conflitto mondiale, è solamente una tragica conclusione, non il logico risultato. Un’alleanza è politica e militare, quindi limitata. Invece la passione per l’arte e per la cultura è infinita. Penso che quella passione dei primi anni vada raccontata, ai giapponesi e agli italiani".

Ma dopo il 1945, il nuovo sistema di alleanze ha portato a un lungo periodo caratterizzato da una visione a blocchi. Oggi dove si sta andando?
"Gli equilibri e i rapporti di forza cambiano sempre, ed è auspicabile che un paese sappia muoversi in quel contesto fluido senza dogmi o pregiudizi. Sempre con una chiara percezione di quali siano gli interessi nazionali, e quindi gli 'alleati naturali'. Oggi l’Occidente si trova a fare i conti con il forte protagonismo delle grandi potenze economiche dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e poi con le migrazioni, i problemi dell’ambiente. Ma in fondo non c’è nulla di nuovo".

Come arriva a questa conclusione?
"Il tema su cui mi sto concentrando in questi mesi, anche se storico, è anche molto attuale. Gli effetti che la schiacciante vittoria nipponica sui russi nel 1905 ha avuto sui movimenti anti-colonialisti di tutto il mondo, sono stati dirompenti. E’ da allora che la tipica visione “a stella” dei rapporti internazionali, per la quale l’Europa intratteneva una serie di relazioni bilaterali 'ineguali' con i singoli paesi non-occidentali, ha iniziato a fare acqua. Da quel momento si sono moltiplicati i contatti diretti tra i paesi dell’Oriente, in funzione anti-coloniale. Si è sognata una visione non occidentale della modernità. Da questo punto di vista, il conflitto conclusosi nel 1945, quello che i giapponesi chiamano la guerra del pacifico, è solo una fase del più ampio processo di decolonizzazione. In fondo, vista da Oriente, la situazione attuale è una fase ancora successiva. Per questo bisogna guardare a come nel passato l’Italia, pur essendo un paese europeo, ha saputo giocare le sue carte".

Saprebbe farlo anche adesso?
"L’Italia unita ha fatto il suo ingresso sulla scena internazionale quasi esattamente nello stesso momento del Giappone, negli anni ’60 dell’Ottocento, e da lì in poi ha saputo sviluppare verso il Giappone una posizione diversa, in un certo senso più evoluta di quella degli altri grandi paesi Europei. La nostra diplomazia ha saputo seguire una sua linea autonoma, mostrando una profonda capacità di analisi, apertura mentale, e un approccio moderno e “paritario” con una cultura così diversa come quella giapponese, sfuggendo alla presunzione e al complesso di superiorità che caratterizzava la linea delle potenze coloniali".

Perché questo libro e perché in giapponese?
"Trovo che questa nostra storia comune vada valorizzata, anche per rafforzare il rapporto di rispetto e di fiducia con un popolo che sempre mostra nei confronti dell’Italia una curiosità ed una fascinazione senza pari. E’ con questo spirito, con questa intelligenza e questo coraggio che arrivarono in Giappone a metà Ottocento i primi mercanti di seta piemontesi, oppure i commercianti di corallo e di perle di Torre del Greco. Ma spero di riuscire a pubblicare il libro anche in Italia, perché credo siano molti gli italiani appassionati dell’Oriente che si riconoscerebbero in questa avventura giapponese".

Che cosa rappresenta il viaggio in motocicletta e cosa è cambiato nella sua vita con la ricerca e il libro?
"A Tokyo, mentre preparavo la documentazione per l’Università, ho ritrovato un diario che avevo scritto nel 2003, durante un lungo giro del Giappone in motocicletta. Mi sono reso conto, dopo dieci anni, che quel mio viaggio solitario alla ricerca di una libertà interiore, si è concluso solo adesso".

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